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Reportage

Un fiume di veleni

27th mag 2011 articoli 1
fiume oliva

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“La Calabria per anni è stata vista come il primo pezzo del continente africano, inteso come territorio a perdere dove tutto era possibile perchè la società accettava passivamente tutto quello che le veniva fatto”
Nino Morabito, presidente Legambiente Calabria

La provinciale 53 è una bella strada panoramica che attraverso boschi e coltivazioni dal mare sale in collina. Siamo in Calabria, nelle vicinanze del fiume Oliva in provincia di Cosenza, fra i comuni di Amantea e Aiello Calabro. Qui si registrano valori radioattivi cinque volte superiori alla norma e una temperatura di 5-7 gradi più alta rispetto ai terreni circostanti. In una relazione del 2009, il dottore Giacomino Brancati sottolinea lʼeccessivo tasso di mortalità nellʼarea del distretto sanitario di Amantea rispetto al territorio circostante. Il medico sottolinea: «lʼesistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro di Amantea e Serra dʼAiello».
Ma non è tutto: da unʼanalisi recente nei comuni di Amantea e limotrofi il tasso di incidenza dei tumori alla pleura è di circa 2,23 diagnosi per 100.000 residenti rispetto allʼ1,4 della Calabria. In questa zona vengono trovate quantità enormi di rame, zinco e di policlorobenzeni. In località Foresta di Serra dʼAiello vengono scoperti metalli pesanti e granulato di marmo, solitamente usato per schermare le emissioni di materiale radioattivo. Non solo, secondo unʼindagine dellʼArpacal del 2007 cʼè anche la presenza di cesio 137.
Il cesio è un sottoprodotto di scarto della fissione nucleare. Uno scarto da smaltire con attenzione. Un rifiuto pericoloso. Non dovrebbe trovarsi nelle vicinanze di un fiume. Non dovrebbe trovarsi in una zona dove non ci sono industrie. E soprattutto come è arrivato fin qui? Qualcosa non va lungo questa strada. Ne è convinto anche il procuratore di Paola Bruno Giordano che con testardaggine ha ravvivato le indagini e continua ad indagare. Eʼ convinto che qualcuno ha scambiato questo pezzo di Calabria per una pattumiera. Secondo il procuratore i siti utilizzati per scaricare rifiuti tossici sono tre: la briglia del fiume Oliva, una cava dismessa e una parte di terreno tra fiume e strada in località Foresta. Questi punti sono messi sotto sequestro solo nellʼinverno del 2009.
Si inizia a scavare, ad eseguire carotaggi del terreno. Le sostanze tossiche vengono trovate, sono molte ma non si sa di preciso da dove possano provenire. Il ministro dellʼambiente Stefania Prestigiacomo è stata formalmente invitata a dichiarare la zona area di disastro ambientale e a dare avvio ai lavori di bonifica. A più di otto mesi di distanza non è ancora arrivata una risposta. Qui doveva nascere un parco naturale con il fiume che procede verso il mare, le colline e il bosco. Un parco dove passeggiare, pescare, passare del tempo immersi nella natura. Per ora nulla di tutto questo.
Mettiamo da parte le vicende raccontate fino ad ora. Andiamo ad Amantea, in località Formiciche, a meno di un chilometro dalla foce del fiume Oliva.
In tutti questi anni il Tirreno si è ripreso un bel pezzo di spiaggia. Ma la ferrovia, la barriera di massi che scende dalle rotaie verso il blu del mare calabrese è la stessa di venti anni fa. La stessa del 14 dicembre 1990 alle ore 14 circa. La motonave Rosso dellʼarmatore Messina salpa dal porto di La Spezia il 9 dicembre 1990 con un carico di cento container ai quali se ne aggiungono ulteriori a Napoli e a Malta. Il 14 dicembre giunge al largo di Falerna; alle 7,55 circa il comandante lancia i primi segnali di soccorso. La motonave Rosso imbarca acqua. Si trova a 15-20 miglia dalla costa. Il fondale è di settecento metri. Lʼequipaggio riesce a mettersi in salvo grazie anche alla presenza nelle stesse acque territoriali della Jolly Giallo dello stesso armatore. Sei ore dopo la Rosso con tutto il suo carico si arena sulla spiaggia di Amantea, località Formiciche.
Dopo un mese viene incaricata la ditta olandese Smit Tak per il recupero e la messa in mare della Rosso. Per diciasette giorni i tecnici olandesi lavorano sodo. Poi se ne vanno, lasciano lʼincarico. Secondo lʼazienda non poteva essere recuperata. La Mosmode di Crotone si occuperà di demolire la nave. Nellʼestate del 1991 parte della nave è già stata distrutta. La proprietà della nave è stata autorizzata a interrare il contenuto della Rosso nella discarica di Amantea. Foglie di tabacco e liofilizzati non più utilizzabili ed effettivamente smaltiti nel luglio 1991.
Gli inquirenti che seguono il caso dello spiaggiamento iniziano a porsi delle domande. Perchè sono molte le segnalazioni che in località Serra Aiello, incaricati delle maestranze della nave, di notte, dopo lo smatimento ufficiale, procedono ad effettuare scavi per sotterrare materiale? Perchè chiamare unʼazienda come la Smit Tak, una grossa società conosciuta in modo particolare per il recupero e la bonifica di materiale radioattivo? Qualcosa stona in questa storia. La nave Rosso in realtà è la Jolly Rosso, chiamata la Nave dei Veleni. Nel 1988 si occupa di recuperare in Libano 9532 bidoni di materiale speciale, diossina. Dopo il recupero attracca al porto di La Spezia col suo carico da consegnare alla Monteco per lo smaltimento. Quando salpa nel 1990 la motonave si trova in condizioni di navigablità precarie anche a causa del lungo periodo di disarmo a cui era stata destinata. La Rosso è dotata di uno scafo a comparti stagni: una falla in un punto non può estendersi a tutto lo scafo. Sono molte le cose a non tornare. Da riprese video amatoriali la nave non presentava nessuna falla al monento dello spiaggiamento. Secondo il pm Greco è la stessa Smit Tak a provocare la falla per far uscire materiali di grosse dimensioni.
La macchia si allarga. Poi ci sono i ricordi di alcune persone.
Un bracciante – allʼepoca lavorava nella discarica Grasello di Amantea – durante il periodo dello spiaggiamento ha visto per due notti di seguito sei-sette viaggi di camion scaricare materiale. Una studentessa di ventinove anni ricorda che da bambina, durante una passeggiata con il padre sul greto del fiume Oliva, ha notato nella vegetazione una macchia blu. Erano tre bidoni sprofondati sotto il livello del terreno e riemersi per le continue piogge di quel periodo. Una signora ricorda di aver visto in località Foresta, vicino ad una mulattiera che costeggiava il fiume, decine di fusti di colore grigio.
Cʼè anche un pentito di ʻndrangheta in questa storia, Francesco Fonti. Nel 1994 decide di parlare e racconta anche dello smaltimento di rifiuti tossici. Scorie radioattive da far scomparire in fondo al mare in Somalia, Calabria e in Aspromonte. In unʼintervista rilasciata al settimanale lʼEspresso parla apertamente delle “Navi a Perdere”: il traffico di rifiuti tossici portava tanti soldi nelle casse delle cosche e spiega con dovizia di particolari come avveniva lʼaffondamento delle navi, in modo particolare della nave Cunski che sarebbe stata affondata al largo di Cetraro.
«Ti faccio vedere i posti usati come discarica. Preferisco non scendere dalla macchina però, lʼultima volta con due giornalisti tedeschi ho avuto problemi». Gianfranco Posa fa parte del Comitato Civico Natale de Grazia, il capitano della Marina Militare morto nel 1995 in circostanze non ancora chiarite mentre stava seguendo la vicenda delle “Navi a perdere”.
Dal 2004 il Comitato tenta di sensibilizzare la società civile sullʼinquinamento del fiume Oliva e delle zone limitrofe, cercando in una situazione di diffidenza generale di tenere alta lʼattenzione sui fatti di Amantea. Una domenica di marzo mi accompagna e mi indica i luoghi sequestrati dalla Guardia Forestale un paio di anni fa. Il giorno dopo torno solo. Il posto è suggestivo. Un pavimento di sabbia chiara incornicia il fiume che scende verso il Tirreno. Intorno una manciata di vecchie case chissà da quanti anni abbandonate, un ricordo di quando questa era una zona agricola. Un piccolo bosco fa ombra al greto del fiume. Poi ci sono i luoghi sequestrati dalla procura. La briglia del fiume e il sarcofago di cemento che conterrebbe metalli pesanti e mercurio. Da alcuni fori sulla briglia sgorga acqua di colore rosso scuro che macchia il cemento. Molte inchieste della magistratura e articoli dei mass media alimentano il sospetto che la Rosso trasportasse materiale altamente inquinante interrato di notte nei pressi del torrente Oliva. La ditta Messina smentisce sul proprio sito questa tesi con un memoriale molto dettagliato. La vicenda processuale della Rosso è archiviata dal 2009.
Da questo piccolo punto dʼEuropa sarebbe passato un traffico internazionale di materiali radiottivi. Un traffico che legherebbe le vicende della Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin alle vicende delle navi affondate nelle coste calabresi. Ma queste sono supposizioni, dietrologie.
Mentre scrivo il giudice Gaetano Pecorella, presidente della commissione parlamentare Ecomafie, sta pensando di riaprire il caso Alpi. Un effetto domino potrebbe far ricominciare le indagini sul caso nave Rosso-fiume Oliva.
Mi fermo qui. La storia si allarga a dismisura arrivando a toccare sponde difficilmente visibili ma solo immaginabili dal greto di un fiume in provincia di Cosenza. Ad oggi le certezze sono tre: nel distretto di Amantea cʼè una mortalità tumorale maggiore rispetto ai paesi limitrofi; nel torrente Oliva ci sono materiali tossici che ne compromettono la stabilità naturale; nel 1990 una nave, la Rosso, spiaggia ad Amantea in località Formiciche ad un chilomentro dalla foce del fiume Oliva.

Articolo pubblicato su FotoUp a Maggio 2011

One Response

  1. [...] staff di Ecoinchiesta ringrazia Massimo Valicchia per aver autorizzato la ripubblicazione di questo [...]

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