Gli ultimi contadini
Fedora di anni ne ha ottanta, da quasi sessanta vive nella torre medievale in via dell’acquafredda 88. Fedora è vedova, i suoi due figli e le rispettive famiglie saranno i primi ad andare via di qui. Sono dieci le famiglie che vivono e lavorano la terra in questa parte di Roma. Uno alla volta dovranno lasciare casa e terre.
Franco, il figlio maggiore, parla chiaro: «Queste terre sono di proprietà, da sempre per quanto mi riguarda, del Capitolo di San Pietro. Io le ho ereditate da mio padre, Bernardino, che a sua volta le ha ricevute da suo padre, mio nonno. Noi Ruggeri viviamo e lavoriamo qui dal 1932, mentre altre famiglie anche da oltre cento anni. Oggi, dopo la diaspora dovuta alla determinazione con cui, dai primi anni novanta, il Capitolo di San Pietro ha iniziato a vedere in queste terre un elemento di guadagno, siamo rimasti in dieci nuclei a difendere l’Acquafredda dalla speculazione».
Alle sette di mattina la nebbia si alza dalla valle coprendo lo scempio edilizio negli anni portato avanti in questa zona di Roma. Centotrenta ettari di campagna romana su via dell’acquafredda, a pochi chilometri dal centro di Roma. Sono quello che rimane di una più ampia tenuta dei monaci di San Pancrazio negli anni lottizzata e venduta ai costruttori. Una legge regionale del 1997 salvaguarda questo ultimo scampolo di natura della zona costituendo un parco regionale. Dieci famiglie, altrettante aziende agricole, dovranno abbandonare la valle e ricononsegnare le chiavi al Vaticano.
I contadini curano i sentieri del percorso Roma Natura, accompagnano le scolaresche in gita a scoprire cosa cresce dalla terra a pochi passi dai loro quartieri. Per Franco vivere “della terra” a pochi passi dal centro di Roma non è facile, «vuoi per i cambiamenti climatici che ogni anno ci costringono a reinventarci, vuoi per la “moda” che ormai ha conquistato anche la nostra alimentazione». Perché oggi, per un contadino, è più importante essere «fortunato che bravo: devi azzeccare la coltura giusta prevedendo non solo il tempo che farà in quella stagione, ma anche quali ricette andranno per la maggiore nei programmi televisivi». Ci scherza su: «Effetti della Clerici…».
Tutt’intorno sono sorti palazzoni, alberghi, centri commerciali e dieci anni fa una discarica abusiva. L’azienda che gestisce le vendite delle ultime palazzine costruite su via di val cannuta, la Papillo, propone appartamenti a non meno di settemila euro a metroquadro.
Volendo a tutti i costi fare dietrologia, il movente di questo sfratto potrebbe essere la speculazione edilizia. Questo parco diventerebbe oro nelle mani dei costruttori.
«Senza apparente motivo il Vaticano ci sfratterà e perderemo casa e lavoro» spiega il portavoce del comitato dei contadini Fulvio Albanese. «Siamo coltivatori diretti, produciamo e vendiamo la nostra merce al mercato Trionfale, uno sfratto significherebbe anche la fine del nostro lavoro».
Albanese ricorda che già nel 1984, «l’allora legale rappresentante del Capitolo di San Pietro», monsignor Antonio Masci, «fu condannato a tre mesi di reclusione per lottizzazione abusiva su 145 ettari della tenuta».
Un dossier dei Verdi sulla vicenda datato 1992, ricorda che l’intera proprietà stava per passare nelle mani di Domenico Bonifaci, noto costruttore della capitale. A titolo di anticipo per l’acquisto (il prezzo pattuito era di 120 miliardi di lire), il costruttore romano aveva già staccato un assegno da 10 miliardi di lire al cardinale Castillo Lara presidente dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, il ministero del Tesoro vaticano), promettendo al porporato anche 32 appartamenti in costruzione nella zona di Val Cannuta. L’operazione frena bruscamente quando Bonifaci si ritrova coinvolto nel ciclone di Tangentopoli.
Fedora può ancora sperare, un accordo sembra esserci, anche se parziale. Il Vaticano concede alla sua famiglia la casa in affitto. I campi, invece, dovranno essere riconseganti al Capitolo San Pietro. Le altre famiglie di contadini restano in attesa di una risposta. Questo pezzo di terra alle porte di Roma, l’unico rimasto, sembra sempre di più essere un buon affare.
Reportage pubblicato su Witness Journal 42
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This entry was posted on mercoledì, maggio 11th, 2011 at 09:36
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