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		<title>srebrenica: the dna enigma</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 10:17:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’undici di ogni mese decine di donne sfilano per le vie della città vecchia di Tuzla, in Bosnia. Sfilano una di fianco l’altra portando un lungo cordone di cuscini vuoti con su ricamato un nome ed una data. Arrivate nella piazza centrale della città pregano, poi si salutano e se ne vanno alla spicciolata. Ogni mese ricordano i loro mariti, figli, parenti trucidati a Srebrenica e non ancora identificati. Srebrenica è una piccola cittadina a pochi chilometri dal fiume Drina, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1663" class="wp-caption aligncenter" style="width: 594px"><a href="http://www.massimovalicchia.net/srebrenica-the-dna-enigma"><img class="size-full wp-image-1663 " title="Tuzla (BiH)" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/04/DSC6281.jpg" alt="" width="584" height="389" /></a>
<p class="wp-caption-text">Clicca sulla fotografia per vedere tutto il reportage</p>
</div>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">L’undici di ogni mese decine di donne sfilano per le vie della città vecchia di Tuzla, in Bosnia. Sfilano una di fianco l’altra portando un lungo cordone di cuscini vuoti con su ricamato un nome ed una data. Arrivate nella piazza centrale della città pregano, poi si salutano e se ne vanno alla spicciolata. Ogni mese ricordano i loro mariti, figli, parenti trucidati a Srebrenica e non ancora identificati. Srebrenica è una piccola cittadina a pochi chilometri dal fiume Drina, confine naturale fra Bosnia e Serbia. Qui l’11 luglio del 1995, dopo l’ingresso in città del generale serbo Mladić, circa 10000 uomini mussulmani separati da donne e bambini sono stati trucidati senza essere difesi dal contingente ONU incaricato di schermare la popolazione dall’avanzata dell’esercito serbo. Il più giovane aveva 13 anni, il più anziano 84. I loro corpi gettati in fosse comuni che, subito dopo la fine della guerra, i criminali che avevano partecipato al massacro, per paura di ritorsioni, hanno riaperto con mezzi pesanti e spostato in altre fosse comuni.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;">A Tuzla, non lontano dalla piazza centrale della città si trova la sede dell’ICMP (<a href="http://www.ic-mp.org/">International Commission on Missing Persons</a>) che si occupa di dare un nome ai corpi ritrovati nelle fosse comuni dopo la guerra. Un enorme frigorifero di 250 metri quadrati ospita, su 867 mensole, 3.000 sacchi con i resti umani non ancora riconosciuti del genocidio di Srebrenica. Lento e complesso è il lavoro di riconoscimento. L’eliminazione dei corpi per nascondere le prove fu meticolosa. D’un uomo si trovò un braccio a Srebrenica e una gamba in Kosovo. Qui si tenta di ricomporre i resti dei corpi ritrovati nelle fosse comuni. Emina Kurtalic, Project Manager del Podrinje Identification Project, mi spiega che la maggior parte dei resti proviene da fosse comuni secondarie. Spesso in uno stesso sacco si trovano resti di diversi corpi. L’identificazione attraverso i vestiti e gli oggetti non è definitiva. Molti uomini hanno provato a raggiungere zone protette scappando per i boschi intorno Srebrenica, qui hanno potuto indossare i vestiti dei compagni morti durante il tragitto. Anche questo rende difficile l’identificazione da parte dei parenti. L’identificazione di una persone avviene attraverso oggetti personali, vestiti, e soprattutto grazie al dna. Sempre a Tuzla ha sede un altro dipartimento dell’ICMP: l’Identification Coordination Division. Qui viene estratto il dna dalle ossa ritrovate e confrontato con quello dei parenti ancora in vita. Più la parentela è stretta e più sarà semplice l’identificazione. Edin Jasaragic, Il capo dipartimento,  mi mostra il Database che contiene abiti, documenti, testimonianze su ogni persona scomparsa. Attraverso questo software si risale all’identità della persona. Una volta riconosciuti i corpi vengono seppelliti nel memoriale di <strong>Potočari</strong>. Di fronte a questo cimitero resta l’ex fabbrica di accumulatori che durante la guerra è stata la sede dell’ONU e ha visto l’ultimo genocidio del XX secolo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una vita Arrovescio</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 10:33:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1656" class="wp-caption aligncenter" style="width: 593px"><a href="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/11/rinatrovato-1.jpg"><img class="size-full wp-image-1656 " title="Rina Trovato" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/11/rinatrovato-1.jpg" alt="" width="583" height="389" /></a>
<p class="wp-caption-text">Badolato, Arrovescio. Sullo sfondo la collina di Gianbartolo.</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">“Eʼ proprio il vero nuovo potere che non vuole più avere tra i piedi simili pari. Eʼ proprio questo potere che non vuole più che i figli si impossessino di simili eredità ideali”. Pier Paolo Pasolini</p>
<p><span style="font-size: medium;">“Altri due anni e poi mi fermo. Devono costruire un museo della memoria con tutte le fotografie e i documenti delle lotte che abbiamo fatto qui a Badolato. Perchè senza storia non si vive”. Allʼanagrafe Rina Trovato ha 74 anni. Questo è un dettaglio che scompare subito quando con entusiasmo ti racconta i suoi progetti. Rina di voglia di parlare e di raccontare ne ha tanta. Non accetta di vedere tutte le lotte fatte, le battaglie vinte in questo piccolo paese calabrese, pian piano scomparire dalla memoria dei più giovani ingoiate dallʼindolenza. La storia di Rina la puoi ascoltare dalla sua voce pacata, impreziosita dallʼaccento calabrese o leggere fra le righe disegnate dal tempo sul suo volto. Nel 1952 ha fondato insieme con Carmela Amato la sezione badolatese dellʼunione donne italiane. Dal 1959 al 1970 si trasferisce a Catanzaro e fonda il movimento femminile. Rientra a Badolato e inizia le lotte e i picchetti per avere lʼasilo e la scuola a tempo pieno. In quel periodo cʼè spazio anche per le lotte sociali a favore dellʼaborto e del divorzio.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Il 2011 è un anno particolare. Questʼanno è il sessantesimo anniversario dello sciopero Arrovescio. Di cosa si tratta? Nel secondo dopoguerra Badolato era un piccolo borgo sperduto del sud Italia in mano allo strapotere baronale che lʼUnità e le promesse del dopoguerra dei politici non avevano cancellato. Per i braccianti, chini tutto il giorno sulla terra, la vita non era vita. A fine giornata ricevevano lʼelemosina del barone: un poʼ di olio, un poʼ di grano, gli avanzi. Qui nei primi anni cinquanta manca tutto. Manca soprattutto il lavoro. Che sciopero vuoi fare quando il lavoro non cʼè? Così la rabbia dei contadini si trasforma in qualcosa di costruttivo: riprendere il progetto abbandonato da anni della strada per la montagna, che doveva sostituire una vecchia mulattiera, e poi farsi dare i soldi del lavoro dalla provincia. Organizzati dalla locale sezione del PCI i contadini cominciano questa avventura. Oltre duecento persone, un paese intero, per tre mesi infrangono i veti di alcuni notabili contrari a cedere le loro terre a questʼopera di ammodernamento e costruiscono questa lunga strada in salita. Rina aveva 13 anni nel 1951. La incontro il giorno della presentazione del libro di Francesca Chirico che ha fermato questi eventi in un romanzo. Lʼopera è dedicata a tutti i costruttori di strade in salita. A tutti quelli che non accettano lʼordine delle cose e vogliono rovesciarlo, metterlo nel verso giusto.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Rina mi mostra un sacco di tela bianca di un metro per un metro: “è la prima cosa che mi porto dietro quando cambio casa. Mio padre me lo ha dato durante lo sciopero. Dovevo andare in paese a raccogliere i fagioli nelle case delle persone. Poi, passavo nelle botteghe a raccogliere la pasta rotta e portavo tutto ai lavoratori per farli mangiare”.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Contro i baroni, contro la polizia che controlla ogni giorno i braccianti costruttori di strade, contro chi vorrebbe fermare tutto, la strada si fa. E la strada cʼè ancora, qualche anno fa lʼhanno asfaltata. Un strada in salita che attraversa campi coltivati, aranceti e ulivi. Una strada che ancora oggi rimani a bocca aperta se ci vai. Perchè da qui vedi il mare, il paese e fai fatica a percorrerla tutta a piedi, lunga e ripida come è.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Gli occhi verdi di Rina iniziano a raccontarti qualcosa mentre lasciano ai pensieri tutto il tempo di mettersi in coda per essere tradotti in voce e gesti: “il sacrificio che abbiamo fatto noi, mangiare una volta al giorno per tenerci la nostra dignità, dovete farlo anche voi. Perché la dignità vale più di ogni altra cosa. Il sacrificio degli altri lo state vivendo voi, prendete ora quello che potete e portatelo ai vostri figli. Dovrebbero fare dei murales con le foto dello sciopero. Per tutti i calabresi e per tutti i visitatori di Badolato”.</span><br />
<span style="font-size: small;"><br />
</span> <span style="font-size: medium;"> Saluto Rina con un abbraccio e un arrivederci sussurato. Cammino con calma lungo le vie di questo paese purtroppo abbandonato, specchio di una terra dove vivere diventa sempre più difficile. I vecchi aspettano alla finestra o seduti sulle panchine in piazza la fine della giornata. I giovani tornano dalla marina, la Badolato sul mare costruita negli anni 50, architettando una fuga al nord, disinteressati di storie passate.</span><br />
<span style="font-size: medium;"> Eʼ una esigenza immediata: la Calabria ha bisogno di storie positive, ha una necessità urgente di pensieri arrovescio per scrollarsi di dosso un destino assegnatole da altri.</span></p>
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		<title>Roma, un giorno da incubo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 18:22:34 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fotoup.net/000Pro/3919/roma-un-giorno-da-incubo" title="Articolo pubblicato su FotoUp il 17 Ottobre 2011" target="_blank"></a>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fotoup.net/galleria_fot/Roma_guerrilla/index.html"><img class="aligncenter size-full wp-image-1613" title="Carica della polizia" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/10/roma_15ottobre-26.jpg" alt="Carica della polizia" width="466" height="311" /></a></p>
<div><em>C’è un lungo corteo di persone che parte da Piazza della Repubblica. C’è un gruppo con magliette arancioni con la scritta INDIGNATI, ci sono i No Tav, c’è anche chi sventola bandiere a favore dell’acqua pubblica</em></div>
<div><strong>di Massimo Valicchia</strong></div>
<div><em>Quello che state per leggere è il resoconto di una giornata di ordinaria follia realizzato da un fotoreporter che lavora a Roma. Le immagini non hanno bisogno di alcun commento, parlano da sole. Le parole, il racconto e la cronaca della giornata che ci ha inviato Massimo, invece, sono molto interessanti soprattutto per chi, come il sottoscritto, ha ancora forte in mente il ricordo di quanto vissuto a Genova dieci anni fa. Ancora Black Bloc, ancora violenza, ancora forze dell&#8217;ordine che faticano a isolare un blocco che non ha niente a che vedere con chi manifesta, ma che è organizzato come una piccola legione nera. Camionette in fiamme, banche assaltate, supermercati espropriati, telecamere distrutte, una violenza folle e cieca è la sintesi della loro presenza demenziale. Una testimonianza quella che vi proponiamo in calce che non ha la presunzione né di essere l&#8217;unica, né di rappresentare la verità in senso assoluto ma attraverso la quale è facile farsi un&#8217;idea propria di quello che è successo il 15 ottobre nelle strade della capitale.</em></div>
<div><em> </em></div>
<div align="right"><em>Amedeo Novelli</em></div>
<div>Cammino fino alla testa del corteo e incontro famiglie che spingono bambini su passeggini, chi passeggia con un cane al guinzaglio, musicisti di strada che danzano e suonano percussioni.</div>
<div>Spuntano cartelli di carta scritti col pennarello rosso o nero per reclamare diritti ormai persi. C’è una parte dell’Italia che incontri tutti i giorni per la strada.</div>
<div>Poi ci sono un centinaio di persone con i caschi, con maschere antigas, vestiti di nero, bomber e felpe con il cappuccio tirato su. Si nascondo dietro uno striscione con la scritta: &#8220;Non chiediamo il futuro. Ci prendiamo il presente&#8221;. Le strade sono deserte, tranne via Cavour che il corteo ha iniziato a riempire. Un elicottero della Polizia controlla dall’alto. Dopo la fermata metro Cavour gli incappucciati fanno la prima mossa: bastoni e pali contro il supermercato Elite. Distruggono tutto, difesi da uomini pronti a schermarli, un vero e proprio servizio d’ordine che va contro chiunque abbia una videocamera o una macchina fotografica.</div>
<div>
<div>Pochi metri più avanti prende fuoco una Mercedes grigia. La vetrina di un ufficio postale è presa a bastonate mentre piovono uova marce. Lo stesso trattamento spetta alla filiale della banca Carim. Gli incappucciati passano, il resto del corteo aspetta dietro. Via dei Fori Imperiali. Gli altri manifestanti iniziano a gridare e a lanciare oggetti contro il gruppo degli incappucciati, i black bloc. In molti iniziano a capire che piega stia prendendo il corteo. Delle forze dell’ordine, elicottero a parte, finora nessuna traccia.</div>
<div>Avanza il corteo e supera il Colosseo, siamo su via Labicana. I violenti vengono isolati: gli altri manifestanti riescono a creare un piccolo vuoto fra loro e il blocco nero, composto da circa un centinaio di persone.</div>
<div>Sede della ManPower distrutta. Finalmente, anche se all&#8217;apparenza con poca coordinazione, iniziano le cariche della Polizia. I manifestanti si disperdono.</div>
<div>
<div>Una parte del corteo pacifico arriva a San Giovanni, un’altra parte è bloccata in via Merulana. Corro a Piazza San Giovanni. Ormai tutto è fuori controllo. La parte violenta dei manifestanti attacca le forze dell’ordine con lacrimogeni, bombe carta, fumogeni. Ogni tanto una camionetta della Polizia prova a disperderli. Sotto le scale della basilica sono centinaia i ragazzi che aspettano seduti.</div>
<div>Partono gli idranti e con loro si scatena la confusione e dilaga il nervosismo. Alcuni poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa, dopo ore di guerriglia, se la prendono anche con i manifestanti a volto scoperto, pacifici, che (<em>come a Genova &#8211; ndr</em>) restano imbottigliati tra forze dell&#8217;ordine e black bloc. Ce n&#8217;è anche per giornalisti, fotografi e videomaker che stanno seguendo gli scontri.</div>
<div>In tarda serata la situazione si normalizza. In piazza San Giovanni e nelle zone limitrofe restano i danni pronti ad essere contati.</div>
<div>Cronaca di un disastro annunciato.</div>
</div>
</div>
<div><a href="http://www.fotoup.net/000Pro/3919/roma-un-giorno-da-incubo">Articolo Pubblicato su FotoUp il 17 Ottobre 2011</a></div>
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		<title>Tutti al mare</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 16:53:10 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: 11px; line-height: 17px;"><span style="font-size: small;"><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </span></span></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_1562" class="wp-caption aligncenter" style="width: 594px"><a href="http://www.fotoup.net/galleria_fot/TuttiAlMare_MValicchia/index.html"><img class="size-full wp-image-1562  " title="la palafitta" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/07/ecomostri.jpg" alt="palafitta, falerna" width="584" height="390" /></a>
<p class="wp-caption-text">clicca sulla foto per vedere tutto il reportage</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">Sta sullo sfondo bianca, la torretta da perfetto castello medievale la noti subito insieme al parcheggio pieno di automobili. Intorno ombrelloni e persone che prendono il sole, camminano o fanno il bagno in mare. In primo piano ci sono io. E’ una foto di qualche anno fa. L’ha scattata mio padre durante una vacanza in Calabria, sarà stato forse l’ottanta o l’ottantuno. E’ una viletta di tre piani costruita nel 1972, 1260 metri cubi di cemento sulla spiaggia. Sta ancora lì, a Falerna la chiamano la palafitta perchè in alcuni giorni di alta marea sembra galleggi sul mare. E’ il simbolo della cementificazione delle spiagge calabresi. Settecento chilometri di coste divise fra mar Tirreno e mar Ionio, chilometri di vegetazione mediterranea e di mare. Tra villette abusive, residence, villaggi turistici, camping, Mare Nostrum, il dossier di Legambiente, nel 2010 ha consegnato la medaglia di bronzo per l’abusivismo edilizio alla Calabria: 461 infrazioni, 517 denunce e 169 sequestri. Un ecomostro regalato ad ogni paese, ad ogni borgo. Metri cubi di cemento che nel corso degli anni hanno tolto la possibilità di vedere il mare. Dalla strada riesci solo ad intravederlo attraverso i solai delle costruzioni rimaste incopiute, sembrano teschi di cemento e ferro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Alcuni sono stati sequestrati, pochi abbattuti. “Minkia Ki Kakata”, l’hanno scritto con la vernice verde su un pilastro dello scheletro di un residence di quattro piani tra Stignano e Riace. E’ in attesa di demolizione dal 1989. Centinaia di metri di ferro e cemento costruiti direttamente sul mare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Un buon cinquanta per cento degli abusi edilizi è stato portato avanti con autorizzazioni degli enti preposti alla tutela ambientale. Con redazioni redatte da ingegneri, geologi, geometri e concessioni degli enti pubblici.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Ora il nuovo decreto sulle concessioni delle spiagge, pensato dal governo, apre nuove prospettive. Tutto può accadere. In prima battuta il decreto concedeva per novanta anni la concessione delle spiagge ai privati. Grazie all’intervento della comunità europea e del Quirinale la concessione è ridimensionata a venti anni. Sembrava una vittoria, un passo avanti per la tutela del patrimonio costiero italiano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Sembrava appunto, perché nel decreto spunta la trasformazione del diritto di proprietà in diritto di superficie. In concreto, spiegano Fai e Wwf, questo significa che con l&#8217;introduzione del diritto di superficie se lo Stato vorrà le spiagge libere da infrastrutture una volta scaduto il termine dei vent&#8217;anni, dovrà pagare ai privati il valore degli immobili realizzati, perchè questi saranno a tutti gli effetti di loro proprietà e quindi potranno essere venduti o ereditati.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Secondo il ministro Tremonti «<em>il Sud è troppo lontano. Siamo l&#8217;unica economia europea duale, ma non vogliamo diventare un Paese diviso. Per lo sviluppo tutto quello che viene dalle imprese va bene, basta che non costi per lo Stato</em>». Per il ministro il sud dell’italia è un peso, una zavorra. Non si chiede il perché di questa situazione di arretratezza, è più conveniente dare la possibilità di costruire, di vendere ai privati una delle poche risorse che al sud Italia non manca: l’ambiente. Invece di valorizzarlo con interventi di recupero e tutela del territorio naturalistico, con la bonifica di situazioni inquinanti da anni abbandonate, si è pensato bene di affidare ai privati carichi di metricubi di cemento il rilancio dell’economia del meridione. A Tremonti non interessa un tubo del sud. E si vede.</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.fotoup.net/000Pro/3692/tutti-al-mare">Articolo uscito su FotoUp il 7 Giugno 2011</a></span></p>
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		<title>Gay Rights are Human Rights</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 06:45:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Cinquecentomila secondo l’organizzazione. L’Europride sbarca a Roma donando all’Italia una manifestazione che quest’anno mostra la sua maturità. Una manifestazione veramente europea e diversa alla quale hanno partecipato non solo la comunità gay, transgender, trans, lesbica, bisex, ma tantissime persone eterosessuali, i cosiddetti normali. Sono scesi in piazza insieme ad amici, parenti, agli affetti più stretti per rivendicare il diritto alla libertà dell’identità sessuale. Un lungo serpentone come sempre colorato, festoso, si è mosso introno alle 16:00 da piazza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<div id="attachment_1511" class="wp-caption aligncenter" style="width: 594px"><a href="http://www.massimovalicchia.net/europride2011roma"><img class="size-full wp-image-1511 " title="europride_2011" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/06/europride_massimovalicchia-21.jpg" alt="europride_2011" width="584" height="390" /></a>
<p class="wp-caption-text">Clicca per vedere tutte le immagini</p>
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<p>Cinquecentomila secondo l’organizzazione. L’Europride sbarca a Roma donando all’Italia una manifestazione che quest’anno mostra la sua maturità. Una manifestazione veramente europea e diversa alla quale hanno partecipato non solo la comunità gay, transgender, trans, lesbica, bisex, ma tantissime persone eterosessuali, i cosiddetti normali. Sono scesi in piazza insieme ad amici, parenti, agli affetti più stretti per rivendicare il diritto alla libertà dell’identità sessuale. Un lungo serpentone come sempre colorato, festoso, si è mosso introno alle 16:00 da piazza dei cinquecento, di fronte la stazione Termini, raccogliendo sorrisi, applausi e partecipazione.</p>
<p>La domanda con la quale partecipo anche quest’anno a questo evento è sempre la stessa: abbiamo ancora bisogno nel 2011 di scendere in piazza per lottare in favore della libertà di ogni persona ad amare? La risposta arriva alle diciotto e trenta in Piazza del Colosseo. Un gruppo di ragazzotti di Forza Nuova, stipati all’interno del Anfiteatro Flavio, pensa bene di mettere striscioni inneggianti ad una idea di famiglia italiana e tradizionale. La risposta è sì, c’è ancora bisogno di manifestazioni come il Pride. C’è ancora bisogno della partecipazione di ognuno di noi. Una delle frasi più belle, stampate su grandi adesivi regalati durante la manifestazione da Amnesty Iternational, recitava così: Gay Rights are Human Rights. I diritti delle persone sono diritti che riguardano tutti, nessuno escluso. Amare è un diritto umano imprescindibile. La festa finisce al Circo Massimo con l’intervento di Lady Gaga. La cantante statunitense prima di cantare sottolinea: “<em>Non è solo una festa ma è una manifestazione che mostra lo spirito dei basilari diritti umani”</em>.</p>
<p><a href="http://www.fotoup.net/galleria_fot/Europride_MValicchia/index.html">Articolo uscito su FotoUp a Giugno</a></p>
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		<title>Riconvertire</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 06:05:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1494" class="wp-caption aligncenter" style="width: 594px"><a href="http://www.fotoup.net/galleria_fot/Riconvertire_MValicchia/index.html"><img class="size-full wp-image-1494  " title="manifestazione bracciano" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/06/DSC3546.jpg" alt="ospedale padre pio" width="584" height="390" /></a>
<p class="wp-caption-text">Clicca l&#39;immagine vedere tutto il reportage</p>
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<p>Il 19 aprile alle otto di mattina un gruppo di persone consegna volantini sotto la grande insegna dellʼospedale. Lʼinizio della manifestazione è previsto dopo tre ore. Hanno t-shirt e palloncini di colore arancione. Sulle magliette la scritta: “Bracciano NO alla chiusura dellʼospedale”. Lʼospedale di Bracciano è uno dei nosocomi che, stando al nuovo piano di organzizzazione della sanità del Lazio firmato dal governatore Polverini, dovrà chiudere il Pronto Soccorso e iniziare una fase di riconversione. Sempre secondo il governatore lʼospedale verrà dotato di un punto di primo soccorso e di un moderno trasporto con elicottero per i casi più gravi. Il giorno dopo questa mobilitazione il Tar dovrà dare una risposta al ricorso presentato dal comune.</p>
<p>La situazione del paese alla porte di Roma è solo una delle tante in Italia. Sono circa trecento gli ospedali in attesa di riconversione. I piccoli ospedali non riescono a garantire una assistenza adeguata al cittadino, è più facile chiuderli, trasformandoli in altro, che renderli	efficienti. Questa corsa alla riconversione nasce dal piano sanitario 2011-2013 preparato dal ministro della Salute Ferruccio Fazio e ormai quasi pronto per entrare in vigore. Secondo lui: <em>«Il mondo sta cambiando e per rispondere in modo migliore alle attese dei cittadini non servono più grandi ospedali e non servono ospedali vicini alla propria abitazione». </em>Nel suo progetto la riconversione dei piccoli nosocomi in strutture pronte per lʼassistenza sul territorio. E poi ambulatori aperti 24 ore gestiti da medici di famiglia per trattare i casi meno gravi. Questa è la teoria fatta e studiata sulla carta, prendendo in considerazione sempre e solo le condizioni migliori.</p>
<p>La pratica sembra essere diversa. LʼOspedale Padre Pio è il punto di riferimento anche per molti dei paesi vicini: Anguillara Sabazia, Manziana, Oriolo e Cerveteri, in totale sette comuni che dʼestate aumentano la loro popolazione grazie ai centinaia di turisti. Centri diventati nel corso degli anni sempre più popolosi a causa di quel meccanisimo di allargamento della periferia romana iniziato una ventina di anni fa. Il sito internet istituzionale dellʼAsl Roma F sottolinea il suo bacino dʼutenza: Un mare, due laghi, oltre trecentomila cittadini.</p>
<p>Franco ha deciso di venire ad abitare a Bracciano subito dopo il pensionamento. Mi fa notare che con la possibile chiusura del Padre Pio i Pronto Soccorso più vicini distano dai trenta ai cinquanta chilomentri, sono lʼopedale di Civitavecchia e il San Filippo di Roma. A Franco faccio notare che per i casi più gravi sarà messo a disposizione un moderno elisoccorso. Sorride: «<em>sì, ma solo di giorno, perchè lʼelicottero ad oggi non ha avuto il permesso per decollare la notte. Se mi sento male a mezzanotte che faccio? E poi se lʼelicottero si rompe?»</em>.</p>
<p>Jacques, vicepresidente della Consulta Migranti, è fortemente convinto della pericolosità di questa decisone e delle possibili conseguenze, per questo ha deciso di scendere in piazza oggi: «<em>se qui non possono aiutarti devi andare a Roma. Più di trenta chilometri fatti su queste strade molto trafficate possono essere di vitale importanza»</em>. Mi indica uno striscione attaccato di fronte lʼingresso dellʼospedale:	San Paolo Km 50. San Filippo Km 35. Camera mortuaria 200 metri. «<em>Un mese fa sono venuti ad attacarlo dei ragazzi, macabro ma spiega bene la situazione»</em>.</p>
<p>Il corteo si muove. Un centinaio di persone procede la marcia verso il municipio accompagnati dal ritmo dei tamburi suonati da un gruppo di percussionisti africani amici di Jacques. A guidare il gruppo dei manifestanti è Don Giuseppe, parroco di Bracciano, in mano una statuetta del Santo che dà nome allʼospedale. Alle sue spalle avanzano sotto i gonfaloni comunali le forze politiche dei paesi interessati. Di fianco al sindaco di Bracciano Giuliano Sala, legato alla Polverini dagli stessi colori di partito, trovo il Consigliere PD della Provincia di Roma, Emiliano Minnucci. Accordo bipartisan. Nessuna bandiera di parte e nessuno slogan di partito.</p>
<p>Cresce il serpentone di persone. Lungo il percorso cʼè chi scende da casa in tuta e chi abbassa le saracinesce del negozio, chi fa suonare un fischietto e chi si aggiunge al corteo spingendo un passeggino. Cʼè anche chi ti regala una spilletta con un fiocco arancione simbolo della protesta. Eʼ una manifestazione popolare, orizzontale, riguarda tutti. Anche i ragazzi delle scuole medie che, fra cori e risate, si uniscono ai manifestanti insieme ai loro colleghi del liceo. In piazza IV novembre, di fronte al municipio di Bracciano, i manifestanti danno vita ad una assemblea cittadina. Finisce così questa mobilitazione civile per la salute. Termina con due lettere lette dai ragazzi del liceo indirizzate al presidente della Repubblica e ai giudici del Tar.</p>
<p>La buona notizia arriva: il giorno dopo il Tar boccia la riconversione voluta dalla Polverini del Padre Pio di Bracciano e chiede chiarimenti: «<em>sussistono incongruenze sulle distanze dei nosocomi di riferimento rispetto a quelle rilevate dallʼAmministrazione»</em>. Inoltre lʼelisoccorso «<em>non è abilitato al volo notturno»</em>. La Regione Lazio dovrà modificare il piano di riconversione e dare spiegazioni.</p>
<p>Per i residenti è una battaglia vinta. Per le altre realtà italiane nelle medesime condizioni un segnale di cambiamento.</p>
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<p><a href="http://www.fotoup.net/000Pro/3623/riconvertire">Articolo pubblicato su FotoUp a Giugno 2011</a></p>
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		<title>Un fiume di veleni</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 17:13:37 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1478" class="wp-caption aligncenter" style="width: 665px"><a href="http://www.fotoup.net/galleria_fot/Veleni_MValicchia/index.html"><img class="size-full wp-image-1478   " title="fiume oliva" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/05/web.jpg" alt="fiume oliva" width="655" height="437" /></a>
<p class="wp-caption-text">Clicca sull&#39;immagine per vedere tutto il reportage</p>
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<p>&#8220;La Calabria per anni è stata vista come il primo pezzo del continente africano, inteso come territorio a perdere dove tutto era possibile perchè la società accettava passivamente tutto quello che le veniva fatto&#8221;<br />
Nino Morabito, presidente Legambiente Calabria</p>
<p>La provinciale 53 è una bella strada panoramica che attraverso boschi e coltivazioni dal mare sale in collina. Siamo in Calabria, nelle vicinanze del fiume Oliva in provincia di Cosenza, fra i comuni di Amantea e Aiello Calabro. Qui si registrano valori radioattivi cinque volte superiori alla norma e una temperatura di 5-7 gradi più alta rispetto ai terreni circostanti. In una relazione del 2009, il dottore Giacomino Brancati sottolinea lʼeccessivo tasso di mortalità nellʼarea del distretto sanitario di Amantea rispetto al territorio circostante. Il medico sottolinea: «lʼesistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro di Amantea e Serra dʼAiello».<br />
Ma non è tutto: da unʼanalisi recente nei comuni di Amantea e limotrofi il tasso di incidenza dei tumori alla pleura è di circa 2,23 diagnosi per 100.000 residenti rispetto allʼ1,4 della Calabria. In questa zona vengono trovate quantità enormi di rame, zinco e di policlorobenzeni. In località Foresta di Serra dʼAiello vengono scoperti metalli pesanti e granulato di marmo, solitamente usato per schermare le emissioni di materiale radioattivo. Non solo, secondo unʼindagine dellʼArpacal del 2007 cʼè anche la presenza di cesio 137.<br />
Il cesio è un sottoprodotto di scarto della fissione nucleare. Uno scarto da smaltire con attenzione. Un rifiuto pericoloso. Non dovrebbe trovarsi nelle vicinanze di un fiume. Non dovrebbe trovarsi in una zona dove non ci sono industrie. E soprattutto come è arrivato fin qui? Qualcosa non va lungo questa strada. Ne è convinto anche il procuratore di Paola Bruno Giordano che con testardaggine ha ravvivato le indagini e continua ad indagare. Eʼ convinto che qualcuno ha scambiato questo pezzo di Calabria per una pattumiera. Secondo il procuratore i siti utilizzati per scaricare rifiuti tossici sono tre: la briglia del fiume Oliva, una cava dismessa e una parte di terreno tra fiume e strada in località Foresta. Questi punti sono messi sotto sequestro solo nellʼinverno del 2009.<br />
Si inizia a scavare, ad eseguire carotaggi del terreno. Le sostanze tossiche vengono trovate, sono molte ma non si sa di preciso da dove possano provenire. Il ministro dellʼambiente Stefania Prestigiacomo è stata formalmente invitata a dichiarare la zona area di disastro ambientale e a dare avvio ai lavori di bonifica. A più di otto mesi di distanza non è ancora arrivata una risposta. Qui doveva nascere un parco naturale con il fiume che procede verso il mare, le colline e il bosco. Un parco dove passeggiare, pescare, passare del tempo immersi nella natura. Per ora nulla di tutto questo.<br />
Mettiamo da parte le vicende raccontate fino ad ora. Andiamo ad Amantea, in località Formiciche, a meno di un chilometro dalla foce del fiume Oliva.<br />
In tutti questi anni il Tirreno si è ripreso un bel pezzo di spiaggia. Ma la ferrovia, la barriera di massi che scende dalle rotaie verso il blu del mare calabrese è la stessa di venti anni fa. La stessa del 14 dicembre 1990 alle ore 14 circa. La motonave Rosso dellʼarmatore Messina salpa dal porto di La Spezia il 9 dicembre 1990 con un carico di cento container ai quali se ne aggiungono ulteriori a Napoli e a Malta. Il 14 dicembre giunge al largo di Falerna; alle 7,55 circa il comandante lancia i primi segnali di soccorso. La motonave Rosso imbarca acqua. Si trova a 15-20 miglia dalla costa. Il fondale è di settecento metri. Lʼequipaggio riesce a mettersi in salvo grazie anche alla presenza nelle stesse acque territoriali della Jolly Giallo dello stesso armatore. Sei ore dopo la Rosso con tutto il suo carico si arena sulla spiaggia di Amantea, località Formiciche.<br />
Dopo un mese viene incaricata la ditta olandese Smit Tak per il recupero e la messa in mare della Rosso. Per diciasette giorni i tecnici olandesi lavorano sodo. Poi se ne vanno, lasciano lʼincarico. Secondo lʼazienda non poteva essere recuperata. La Mosmode di Crotone si occuperà di demolire la nave. Nellʼestate del 1991 parte della nave è già stata distrutta. La proprietà della nave è stata autorizzata a interrare il contenuto della Rosso nella discarica di Amantea. Foglie di tabacco e liofilizzati non più utilizzabili ed effettivamente smaltiti nel luglio 1991.<br />
Gli inquirenti che seguono il caso dello spiaggiamento iniziano a porsi delle domande. Perchè sono molte le segnalazioni che in località Serra Aiello, incaricati delle maestranze della nave, di notte, dopo lo smatimento ufficiale, procedono ad effettuare scavi per sotterrare materiale? Perchè chiamare unʼazienda come la Smit Tak, una grossa società conosciuta in modo particolare per il recupero e la bonifica di materiale radioattivo? Qualcosa stona in questa storia. La nave Rosso in realtà è la Jolly Rosso, chiamata la Nave dei Veleni. Nel 1988 si occupa di recuperare in Libano 9532 bidoni di materiale speciale, diossina. Dopo il recupero attracca al porto di La Spezia col suo carico da consegnare alla Monteco per lo smaltimento. Quando salpa nel 1990 la motonave si trova in condizioni di navigablità precarie anche a causa del lungo periodo di disarmo a cui era stata destinata. La Rosso è dotata di uno scafo a comparti stagni: una falla in un punto non può estendersi a tutto lo scafo. Sono molte le cose a non tornare. Da riprese video amatoriali la nave non presentava nessuna falla al monento dello spiaggiamento. Secondo il pm Greco è la stessa Smit Tak a provocare la falla per far uscire materiali di grosse dimensioni.<br />
La macchia si allarga. Poi ci sono i ricordi di alcune persone.<br />
Un bracciante &#8211; allʼepoca lavorava nella discarica Grasello di Amantea &#8211; durante il periodo dello spiaggiamento ha visto per due notti di seguito sei-sette viaggi di camion scaricare materiale. Una studentessa di ventinove anni ricorda che da bambina, durante una passeggiata con il padre sul greto del fiume Oliva, ha notato nella vegetazione una macchia blu. Erano tre bidoni sprofondati sotto il livello del terreno e riemersi per le continue piogge di quel periodo. Una signora ricorda di aver visto in località Foresta, vicino ad una mulattiera che costeggiava il fiume, decine di fusti di colore grigio.<br />
Cʼè anche un pentito di ʻndrangheta in questa storia, Francesco Fonti. Nel 1994 decide di parlare e racconta anche dello smaltimento di rifiuti tossici. Scorie radioattive da far scomparire in fondo al mare in Somalia, Calabria e in Aspromonte. In unʼintervista rilasciata al settimanale lʼEspresso parla apertamente delle “Navi a Perdere”: il traffico di rifiuti tossici portava tanti soldi nelle casse delle cosche e spiega con dovizia di particolari come avveniva lʼaffondamento delle navi, in modo particolare della nave Cunski che sarebbe stata affondata al largo di Cetraro.<br />
«Ti faccio vedere i posti usati come discarica. Preferisco non scendere dalla macchina però, lʼultima volta con due giornalisti tedeschi ho avuto problemi». Gianfranco Posa fa parte del Comitato Civico Natale de Grazia, il capitano della Marina Militare morto nel 1995 in circostanze non ancora chiarite mentre stava seguendo la vicenda delle “Navi a perdere”.<br />
Dal 2004 il Comitato tenta di sensibilizzare la società civile sullʼinquinamento del fiume Oliva e delle zone limitrofe, cercando in una situazione di diffidenza generale di tenere alta lʼattenzione sui fatti di Amantea. Una domenica di marzo mi accompagna e mi indica i luoghi sequestrati dalla Guardia Forestale un paio di anni fa. Il giorno dopo torno solo. Il posto è suggestivo. Un pavimento di sabbia chiara incornicia il fiume che scende verso il Tirreno. Intorno una manciata di vecchie case chissà da quanti anni abbandonate, un ricordo di quando questa era una zona agricola. Un piccolo bosco fa ombra al greto del fiume. Poi ci sono i luoghi sequestrati dalla procura. La briglia del fiume e il sarcofago di cemento che conterrebbe metalli pesanti e mercurio. Da alcuni fori sulla briglia sgorga acqua di colore rosso scuro che macchia il cemento. Molte inchieste della magistratura e articoli dei mass media alimentano il sospetto che la Rosso trasportasse materiale altamente inquinante interrato di notte nei pressi del torrente Oliva. La ditta Messina smentisce sul proprio sito questa tesi con un memoriale molto dettagliato. La vicenda processuale della Rosso è archiviata dal 2009.<br />
Da questo piccolo punto dʼEuropa sarebbe passato un traffico internazionale di materiali radiottivi. Un traffico che legherebbe le vicende della Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin alle vicende delle navi affondate nelle coste calabresi. Ma queste sono supposizioni, dietrologie.<br />
Mentre scrivo il giudice Gaetano Pecorella, presidente della commissione parlamentare Ecomafie, sta pensando di riaprire il caso Alpi. Un effetto domino potrebbe far ricominciare le indagini sul caso nave Rosso-fiume Oliva.<br />
Mi fermo qui. La storia si allarga a dismisura arrivando a toccare sponde difficilmente visibili ma solo immaginabili dal greto di un fiume in provincia di Cosenza. Ad oggi le certezze sono tre: nel distretto di Amantea cʼè una mortalità tumorale maggiore rispetto ai paesi limitrofi; nel torrente Oliva ci sono materiali tossici che ne compromettono la stabilità naturale; nel 1990 una nave, la Rosso, spiaggia ad Amantea in località Formiciche ad un chilomentro dalla foce del fiume Oliva.</p>
<p><a href="http://www.fotoup.net/000Pro/3624/un-fiume-di-veleni">Articolo pubblicato su FotoUp a Maggio 2011</a></p>
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		<title>Gli ultimi contadini</title>
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		<pubDate>Wed, 11 May 2011 08:36:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160; Fedora di anni ne ha ottanta, da quasi sessanta vive nella torre medievale in via dell’acquafredda 88. Fedora è vedova, i suoi due figli e le rispettive famiglie saranno i primi ad andare via di qui. Sono dieci le famiglie che vivono e lavorano la terra in questa parte di Roma. Uno alla volta dovranno lasciare casa e terre. Franco, il figlio maggiore, parla chiaro: «Queste terre sono di proprietà, da sempre per quanto mi riguarda, del Capitolo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1429" class="wp-caption alignnone" style="width: 594px"><a href="http://www.massimovalicchia.net/gli-ultimi-contadini"><img class="size-full wp-image-1429" title="Fedora e Vittorio" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/05/ultimi_contadini-18.jpg" alt="" width="584" height="389" /></a>
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<p>Fedora di anni ne ha ottanta, da quasi sessanta vive nella torre medievale in via dell’acquafredda 88. Fedora è vedova, i suoi due figli e le rispettive famiglie saranno i primi ad andare via di qui. Sono dieci le famiglie che vivono e lavorano la terra in questa parte di Roma. Uno alla volta dovranno lasciare casa e terre.</p>
<p>Franco, il figlio maggiore, parla chiaro: «<em>Queste terre sono di proprietà, da sempre per quanto mi riguarda, del Capitolo di San Pietro. Io le ho ereditate da mio padre, Bernardino, che a sua volta le ha ricevute da suo padre, mio nonno. Noi Ruggeri viviamo e lavoriamo qui dal 1932, mentre altre famiglie anche da oltre cento anni. Oggi, dopo la diaspora dovuta alla determinazione con cui, dai primi anni novanta, il Capitolo di San Pietro ha iniziato a vedere in queste terre un elemento di guadagno, siamo rimasti in dieci nuclei a difendere l’Acquafredda dalla speculazione</em>».</p>
<p>Alle sette di mattina la nebbia si alza dalla valle coprendo lo scempio edilizio negli anni portato avanti in questa zona di Roma. Centotrenta ettari di campagna romana su via dell’acquafredda, a pochi chilometri dal centro di Roma. Sono quello che rimane di una più ampia tenuta dei monaci di San Pancrazio negli anni lottizzata e venduta ai costruttori. Una legge regionale del 1997 salvaguarda questo ultimo scampolo di natura della zona costituendo un parco regionale. Dieci famiglie, altrettante aziende agricole, dovranno abbandonare la valle e ricononsegnare le chiavi al Vaticano.</p>
<p>I contadini curano i sentieri del percorso Roma Natura, accompagnano le scolaresche in gita a scoprire cosa cresce dalla terra a pochi passi dai loro quartieri. Per Franco vivere “della terra” a pochi passi dal centro di Roma non è facile, «<em>vuoi per i cambiamenti climatici che ogni anno ci costringono a reinventarci, vuoi per la “moda” che ormai ha conquistato anche la nostra alimentazione</em>». Perché oggi, per un contadino, è più importante essere «<em>fortunato che bravo: devi azzeccare la coltura giusta prevedendo non solo il tempo che farà in quella stagione, ma anche quali ricette andranno per la maggiore nei programmi televisivi</em>». Ci scherza su: «<em>Effetti della Clerici…</em>».</p>
<p>Tutt’intorno sono sorti palazzoni, alberghi, centri commerciali e dieci anni fa una discarica abusiva. L’azienda che gestisce le vendite delle ultime palazzine costruite su via di val cannuta, la Papillo, propone appartamenti a non meno di settemila euro a metroquadro.</p>
<p>Volendo a tutti i costi fare dietrologia, il movente di questo sfratto potrebbe essere la speculazione edilizia. Questo parco diventerebbe oro nelle mani dei costruttori.</p>
<p>«<em>Senza apparente motivo il Vaticano ci sfratterà e perderemo casa e lavoro</em>» spiega il portavoce del comitato dei contadini Fulvio Albanese. «<em>Siamo coltivatori diretti, produciamo e vendiamo la nostra merce al mercato Trionfale, uno sfratto significherebbe anche la fine del nostro lavoro</em>».</p>
<p>Albanese ricorda che già nel 1984, «<em>l’allora legale rappresentante del Capitolo di San Pietro</em>», monsignor Antonio Masci, «<em>fu condannato a tre mesi di reclusione per lottizzazione abusiva su 145 ettari della tenuta</em>».<br />
Un dossier dei Verdi sulla vicenda datato 1992, ricorda che l’intera proprietà stava per passare nelle mani di Domenico Bonifaci, noto costruttore della capitale. A titolo di anticipo per l’acquisto (il prezzo pattuito era di 120 miliardi di lire), il costruttore romano aveva già staccato un assegno da 10 miliardi di lire al cardinale Castillo Lara presidente dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, il ministero del Tesoro vaticano), promettendo al porporato anche 32 appartamenti in costruzione nella zona di Val Cannuta. L’operazione frena bruscamente quando Bonifaci si ritrova coinvolto nel ciclone di Tangentopoli.</p>
<p>Fedora può ancora sperare, un accordo sembra esserci, anche se parziale. Il Vaticano concede alla sua famiglia la casa in affitto. I campi, invece, dovranno essere riconseganti al Capitolo San Pietro. Le altre famiglie di contadini restano in attesa di una risposta. Questo pezzo di terra alle porte di Roma, l’unico rimasto, sembra sempre di più essere un buon affare.</p>
<p><a title="Witness Journal 42" href="http://witness.fotoup.net/wj/?issue=42">Reportage pubblicato su Witness Journal 42</a></p>
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		<title>MAXXI</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Apr 2011 08:34:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimovalicchia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; Il MAXXI è il primo museo nazionale dedicato alla creatività contemporanea nel campo delle arti e dell’architettura. Il museo sorge all’interno del quartiere Flaminio, nell’area dell’ex caserma Montello, in uno spazio di 27mila mq circa. Stupisce la completa integrazione con lo spazio circostante. A tutti gli effetti il giardino esterno e i grandi spazi espositivi interni fanno diventare il museo un luogo di incontro e di cultura, un luogo da vivere tutti i giorni. &#160; Ad oggi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1380" class="wp-caption alignnone" style="width: 594px"><a href="http://www.fotoup.net/galleria_fot/MAXXI_MValicchia/index.html"><img class="size-full wp-image-1380" title="Maxxi" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/04/Maxxi.jpg" alt="" width="584" height="389" /></a>
<p class="wp-caption-text">Clicca sulla foto per vedere tutta la galleria fotografica</p>
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<p>Il MAXXI è il primo museo nazionale dedicato alla creatività contemporanea nel campo delle arti e dell’architettura. Il museo sorge all’interno del quartiere Flaminio, nell’area dell’ex caserma Montello, in uno spazio di 27mila mq circa. Stupisce la completa integrazione con lo spazio circostante. A tutti gli effetti il giardino esterno e i grandi spazi espositivi interni fanno diventare il museo un luogo di incontro e di cultura, un luogo da vivere tutti i giorni.</p>
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<p>Ad oggi, fanno parte della collezione del MAXXI Arte oltre 350 opere, tra cui quelle di Boetti, Clemente, Kapoor, Kentridge, Merz, Penone, Pintaldi, Richter, Warhol e molti altri di altrettanto rilievo. Il MAXXI Architettura, con oltre 75mila documenti, comprende gli archivi dei disegni di Carlo Scarpa, Aldo Rossi, Pierluigi Nervi ed altri, oltre ai progetti di autori contemporanei come Toyo Ito, Italo Rota e Giancarlo De Carlo, e alle collezioni di fotografia di autori tra cui Basilico, Barbieri, Jodice, Guidi. Oltre ai due musei, nei suoi circa 27mila mq il MAXXI ospita un auditorium, una biblioteca e una mediateca specializzate, il bookshop, una caffetteria e un bar/ristorante, gallerie per esposizioni temporanee, performances, progetti formativi.</p>
<p>Ufficialmente il museo inizierà la sua attività nella primavera del 2010. L’opera nasce dalla fantasia dell’architetto Zaha Hadid. L’edificio è fortemente connotato da cemento, acciaio, vetro, linee parallele e spazi curvi. Linee che si inseguono con armonia e, anche grazie alla luce naturale che filtra dalla grandi pareti di vetro, offrono punti di vista sempre nuovi. Le sale espositive sono neutre pronte ad ospitare le installazioni. La copertura del museo è gestita da un complesso sistema di illuminazione: attraverso il movimento della lame orientabili e delle tende oscuranti è possibile controllare la quantità e la qualità della luce naturale.</p>
<p>Una curiosità: il visitatore si troverà di fronte a delle pareti di cemento che convergono in spigoli vivi. Spigoli che sono lasciati allo stato grezzo, senza protezione. Questa è una scelta dell’architetto. La materia si compromette con il tempo e con l’uso. Vedere queste parti rovinate farà parte integrante della bellezza del museo e del suo essere vissuto.</p>
<p>La prima impressione incontrando il MAXXI è assolutamente positiva. La ricerca stilistica non cozza con lo spazio circostante ma lo integra e lo rivaluta. Insomma, il progetto dell’architetto iracheno non è fine a se stesso ma completamente immerso nel tessuto urbano preesistente. Uno spazio che mancava ad una capitale europea come Roma. Arriva ora e si candida ad essere uno dei musei esteticamente più riusciti.<br />
<a href="http://www.fotoup.net/000Pro/3498/maxxi">Articolo uscito su FotoUp dove è possibile vedere tutta la gallery fotografica</a></p>
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		<title>Malagrotta Blues</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2011 09:12:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimovalicchia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quanno so a Malagrotta, a la salita, er Drago, prima che je se avvicini er grosso de la squadra inferocita, vola a l&#8217;assarto su li più vicini. » (Augusto Sindici, XIV leggende della Campagna Romana - Malagrotta, Roma 1902) La leggenda racconta di un drago in questo punto della campagna romana. Una creatura enorme nascosta in una grotta pronta ad uccidere chiunque si avventurasse per quelle strade. Nel 2011 a Malagrotta il drago c’è ancora. Ha la testa di una raffineria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em><a href="http://www.massimovalicchia.net/malagrotta-blues-3" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-933" title="malagrottablues 1" src="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/04/malagrottablues-1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em><a href="http://www.massimovalicchia.net/wp-content/uploads/2011/04/malagrottablues-1.jpg"></a>Quanno so a Malagrotta, a la salita,</em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em>er Drago, prima che je se avvicini</em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em>er grosso de la squadra inferocita,</em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em>vola a l&#8217;assarto su li più vicini. »</em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em>(Augusto Sindici, </em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em>XIV leggende della Campagna Romana -</em></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: small;"><em> Malagrotta, Roma </em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1902"><em>1902</em></a><em>)</em></span></p>
<p><em><br />
</em><br />
<span style="font-size: medium;">La leggenda racconta di un drago in questo punto della campagna romana. Una creatura enorme nascosta in una grotta pronta ad uccidere chiunque si avventurasse per quelle strade.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel 2011 a Malagrotta il drago c’è ancora. Ha la testa di una raffineria di petrolio che da uno dei sui bruciatori getta fuoco tutto il giorno e la coda a forma di discarica. La più grande d’ Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Da piazza San Pietro alle porte della discarica ci sono poco più di dodici chilometri, ventidue minuti da percorrere in automobile. In via di Malagrotta ci arrivo percorrendo via Aurelia, la strada che i romani percorrono per raggiungere le località balneari. Questa strada è abbracciata dalla campagna. Sei chilometri immersi nel verde, circondati da fattorie, pezzi di terra coltivati e allevamenti di bestiame. Ma bastano poche centinaia di metri e al panorama bucolico si aggiungono elementi artificiali.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">A destra la fiamma della raffineria di Roma, l’unica del centro Italia. Sulla sinistra inizia a palesarsi sempre di più un colle di colore marrone chiaro, quarantasei metri. E’ il colle fatto con trenta anni di immondizia di Roma. A Malagrotta passano 1.300 camion al giorno che gettano 5.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati. Manlio Cerroni, l’imprenditore che sulla munnezza ha costruito la sua fortuna, incassa sessanta euro a tonnellata sui rifiuti versati nella sua struttura. E’ facile capire come la munnezza si trasformi in oro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Dalla collina di immondizia si producono soldi dalla putrefazione dei rifiuti producendo il biogas e il syngas dall’inceneritore. Come se non bastasse in questa zona c’è un inceneritore di rifiuti ospedalieri. Così al problema rifiuti si aggiunge il problema traffico e inquinamento. Secondo il portale ufficiale della TotalErg, la società che gestisce la raffineria, dai loro impianti escono quotidianamente quattrocento autobotti. La mole di mezzi pesanti che passano di qui è chiara se si sosta per dieci minuti al crocevia dove via di Malagrotta diventa via di Ponte Galeria e incrocia via della Pisana, la strada per il consiglio della Regione Lazio. Qui il livello di inquinamento da polveri sottili è 4 volte superiore al livello di legge. Il PM<sub>10</sub> è di 0.210mg, il Decreto Ministeriale 2 aprile 2002, n. 60 fissa il limite a 0,50mg.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">Malagrotta o la vedi con gli occhi o la senti con il naso. Sono le cinque di un pomeriggio di novembre quando inizio a sentire l’odore acre dei rifiuti. Le persone alle quali chiedo se è sempre così la situazione, mi dicono che al tramonto l’odore diventa sgradevole e si fa sentire se le ruspe non coprono di terra pulita i rifiuti della giornata. D’estate diventa poi insopportabile e raggiunge anche i quartieri vicini: Aurelio, Boccea, Primavalle, Magliana e ovviamente Massimina.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Massimina sorge di fianco la discarica, in linea d’aria poco più di un chilometro. Il quartiere è il XVI municipio di Roma. 8000 persone vivono da più di trenta anni nella speranza di vedere realizzata un’altra soluzione per lo smaltimento dei rifiuti. Claudio gestisce un bar su via del Casal Lumbroso. Da qui si ha un colpo d’occhio d’eccezione sulla discarica e sul quartiere. Mi racconta che qualche mese fa alcuni giovani architetti accompagnati da personale del comune di Roma hanno visitato il sito. Vogliono far sorgere un parco sopra sei lustri d’immondizia. In attesa degli alberi e della central park romana, a dicembre, il comune ha dato un’altra proroga che porta al 2013 la chiusura. Ormai il conto delle proroghe è difficile da tenere e attraversa orizzontalmente anni di politica romana e giunte di colore diverso. All’interno della discarica si sta allestendo una nuova vasca per contenere rifiuti confinante col bosco di Massimina, una ex cava risanata nel 1998. Oltre a questo al confine fra discarica e parco sono state stipate centinaia di metricubi di cemento. L’intenzione di chiudere sembra essere molto lontana. L’unica passeggiata nel verde per gli abitanti del posto è abbandonata a se stessa. Il parco è sporco, non controllato e pericoloso. Da qui si entra con estrema facilità all’interno della discarica, parte della recinzione è tagliata.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel frattempo si continuano a costruire palazzi residenziali con vista discarica. Pubblicizzati come abitazioni immerse nel verde e nella tranquillità alle porte di Roma.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">In via Gioele Solari stanno terminando di asfaltare la strada che porta a un nuovissimo comprensorio di cinque costruzioni di tre piani l’una. Qui verrano ad abitare circa cinquanta famiglie godendo di un panorama unico: un boschetto di alberi di leccio piantati una decina di anni fa sul pattume, e la discarica in funzione, con le ruspe al lavoro per spianare e coprire i rifiuti di giornata mentre i gabbiani banchettano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">La vendita è gestita da una nota immobiliare romana e i prezzi non sono proprio a buon mercato. Per un appartamento al terzo piano di 70mq, con un piccolo giardino e posto auto, si possono spendere fino a 290mila euro.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Anche in Via Santini, una delle tante strade che affaccia sulla discarica, si costruiscono nuove palazzine con vista immondizia. I condomini degli ultimi palazzi hanno visto crescere il colle. Quello strano pezzo artificiale di natura è entrato a far parte delle cose quotidiane per tante persone.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I primi giorni di novembre l’Arpa ha analizzato in 61 punti le falde acquifere rilevando livelli impressionanti di ferro, nichel e manganese. Presenti anche arsenico e benzene. La causa principale sarebbe da ascrivere al percolato, il liquido prodotto dall’immondizia e che dovrebbe essere smaltito con sistemi di drenaggio specifici.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Salvatore Damante fa parte del comitato Malagrotta. Lo incontro un sabato mattina  vicino alla porfina, mentre sta rilasciando un’intervista a due giornalisti francesi. Secondo lui l&#8217;inquinamento arriva fino al mare perchè «<em>il Rio Galeria, che per portata è il terzo fiume del Lazio, è inquinato aldilà di ogni tollerabilità, contaminando così anche il litorale poiché il Rio sfocia nel Tevere e dunque la massa di inquinamento arriva fino al mare</em>».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Prima di trasformarsi in zona industriale con annessa discarica, Malagrotta faceva parte di uno dei poderi più estesi di Roma nord, terreni che si estendevano per 570ettari. I braccianti della bonifica di inizio ‘900 risiedevano nei casali ancora oggi visibili. In questa zona si producono latte, formaggi, mozzarelle, ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Fra i proprietari delle aziende agricole di Malagrotta non c’è molta voglia di parlare. La televisione secondo loro ha contribuito a costruire un’immagine della zona distorta senza risolvere nulla. Paolo mi racconta che è dagli anni 30 che la sua famiglia vive e lavora qui. La sua azienda produce mozzarelle di bufala. E’ troppo complesso portare avanti questo tipo di attività. Al lavoro quotidiano si aggiunge il monitoraggio costante della situazione ambientale e precisa: «<em>I liquami della discarica ci preoccupano più degli scarichi della ciminiera, nonostante si infiltrino nei terreni di Massimina, dalla parte opposta</em>».</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Se gli affari delle immobiliari sembrano andare bene a Massimina, qui a valle il problema discarica ha danneggiato il loro lavoro. Questa è una una zona ad alta densità di inquinamento, già destinata all’osservanza del Seveso 2, il decreto legge 334/99 impedisce la concentrazione di impianti industriali ad alto rischio. L’Eurispes in un’analisi molto dettagliata del 2008 ha indicato Malagrotta fra le 18 aree nazionali a maggior rischio.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Negli anni novanta qui si bloccavano le strade, la gente si incatenava all’ingresso della discarica. Il comitato era importante e le manifestazioni erano attività seguite da tutta la comunità. Questo tipo di lotta non ha portato a nulla. Forse è per questo motivo che ora a seguire le iniziative resta uno sparuto gruppo di cittadini.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">Nel dibattito su dove costruire il post-malagrotta si fa sempre più prepotente la proposta Monti dell’Ortaccio. Percorrendo via di Malagrotta da via Aurelia la discarica si trova sulla sinistra. Qualora la proposta Monti dell’Ortaccio andasse a buon fine, si aggiungerebbe a destra un nuovo colle parallelo a quello esistente. Distruggendo definitivamente la vita delle aziende agricole e rimandando di altri trent’anni la bonifica della zona. La proposta è stata fatta da patron Cerroni offrendo una sua proprietà di 300 ettari dove, a suo dire, avrebbe costruito già una vasca di smistamento di 500 metricubi. Una location perfetta anche perché qui si trova il termovalorizzatore di rifiuti ospedalieri che dà uno sfondo futuristico al pascolo e al recinto di pecore che sorge sotto il camino dell’inceneritore.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;">La discarica più grande d’Europa. Un gassificatore pronto a partire. Un inceneritore di rifiuti ospedalieri. Una raffineria di petrolio. Quattro aziende di stoccaggio di carburante. Molte cave di sabbia. Una concentrazione di impianti ad alto rischio tutti in un fazzoletto di terra a meno di 12 km da San Pietro. Fatto sta che il nome Malagrotta con il tempo è diventato un’etichetta negativa, ha perso del tutto il suo valore di toponimo trasformandosi in epiteto. L’equazione è Malagrotta: discarica: immondizia: dannoso. Quel nome si attacca addosso, una coltre di polvere che opacizza tutto.</span></p>
<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/argomenti/manip2n1/20110414/manip2pz/301339/?tx_maniabbonatimvc_pi2%5Bsezione%5D=L'ULTIMA&amp;cHash=1bb3543bc7025fa43c89580a0f31263d">ARTICOLO PUBBLICATO SUL MANIFESTO DEL 14 APRILE 2011</a></p>
<p><a href="http://witness.fotoup.net/wj/?issue=397">GALLERY FOTOGRAFICA E ARTICOLO BREVE SONO USCITI SUL NUMERO 39 DI WITNESS JOURNAL </a></p>
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